CALLAS, CALLAS, CALLAS Compagnia Opus Ballet mercoledì 13 marzo ore 20.30 Teatro Mario Del Monaco Treviso
Pubblicato
12 Marzo 2024
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Dotata di “tre voci”, è stato detto, per la sua eccezionale estensione vocale. E ancora: talento da “soprano drammatico d’agilità”, descrizione ottocentesca per il suo timbro unico. Donna e artista carismatica, voce potente e teatrale per tecnica e abilità nel fondere canto e recitazione, capace di interpretazioni infuocate e coinvolgenti nell’incarnare personaggi femminili seducenti e tragici. Il suo nome è inciso nella storia del melodramma. E non solo. Arte e stile, trionfi e consensi, mondanità e vicende private si sono intrecciati nella vita di Maria Callas, “La Divina”. Di lei si ricordano anche le sfuriate da diva, il mistero del drastico dimagrimento, l’insonnia cronica, il figlio mai avuto, l’amicizia con Pasolini, e, soprattutto, l’infausta liaison con l’armatore Aristotele Onassis, che lasciò la moglie per lei, per poi abbandonarla e sposare Jackie Kennedy. Callas morirà, sofferente e sola, nel suo appartamento parigino, il 16 settembre 1977, per cause non ancora accertate. Nel centenario della nascita, tra omaggi già celebrati e altri in corso, quello della COB Compagnia Opus Ballet diretta da Rosanna Brocanello, ha una particolare valenza anche per l’originalità che l’ha ispirato: affidare a tre giovani, e già affermati, coreografi dal linguaggio contemporaneo, una creazione a serata, che rifletta la loro personale visione della leggendaria artista, senza però volerla raccontare descrivendola. Tre sguardi differenti, quindi, tre approcci e restituzioni in danza che il bel titolo Callas, Callas, Callas, già evidenzia. Titolo che è anche un invito, per lo spettatore, a scoprire o ritrovare tra le pieghe di un movimento o la coralità dell’ensemble, tra le sonorità elettroniche o i frammenti di arie celebri disseminati nell’architettura coreografica, tra una luce o un costume che sagoma gesti e posture, la propria Callas. O magari un’altra, inedita, che la danza astratta può suggerire, evocare, imprimere nell’atmosfera e nella memoria. Di sicuro riconosceremo, contaminate o appena palesate, tre celebri arie: da Tosca, Norma, Carmen. Roberto Tedesco amalgama le note di Vissi d’arte sulla partitura musicale elettronica composta da Giuseppe Villarosa dentro la quale mixa anche brani d’interviste e interferenze di voci. Nelle parole della celebre aria, estrapolate da Tosca, il coreografo calabrese identifica il momento in cui Callas è in punto di morte, e vuol ribadire a tutti che ha vissuto profondamente d’arte e di amore essendo semplicemente una persona, una donna, prima di essere considerata una diva. È soprattutto nella struttura sonora che il coreografo imprime la sua visione della vita di Callas, quasi un voler predisporre lo spettatore, citando George Balanchine, a «vedere la musica e ascoltare la danza». Tedesco tesse una drammaturgia immaginaria con un percorso musicale, quasi cronologico, che va dagli anni a New York dove Callas nacque, alle sue origini greche; dall’Italia che, col Teatro alla Scala, le ha dato il maggior successo, alla Francia dove infine si è ritirata. Vaghe sonorità jazz iniziali rimandano all’America, poi quelle del Bouzouki alla Grecia, e una canzone di musica leggera degli anni Settanta allo stato d’animo di sofferenza che l’ha accompagnata. Su un ritmo crescente, quasi techno, s’innesta una danza corale che pulsa nei corpi (maschili e femminili, un’unica entità), rivestiti di stilizzati corsetti rossi e maschere nere a forma di abatjour. Un’estetica che rimanda ai costumi teatrali dell’opera, e a quel mondo della moda del quale Callas, ispirando molti stilisti, è stata anche un’icona. Questo divismo fashion lo rimarca nella sua creazione il coreografo napoletano Adriano Bolognino (appassionato di tutto ciò che fa parte di quell’universo glamour), enfatizzando così il suo “immaginario Callas” anche sotto l’aspetto estetico, unito alla forza, al rigore e all’estrosità della danza. Velocità e ritmo caratterizzano il suo linguaggio. Lo incarnano le cinque danzatrici con una gestualità combattiva che sottende alcuni riferimenti della vita del soprano: il canto, la sua radice greca, la mancata maternità, la storia d’amore tormentata. Sempre in scena il quintetto gioca tra morbidezze e movimenti spezzati, ritmi e pause, sulla musica introduttiva composta da Vito Pizzo che funge da preludio per sfociare e chiudere con Casta diva (da una registrazione dell’Opéra de Paris). Non interviene, invece, con particolari contaminazioni sonore Carlo Massari nel suo viaggio creativo dell’universo Callas. Con una drammaturgia legata ad una componente anche ironica che s’impatta con la dimensione sonora, ad avvolgere l’etere è, dopo averla udita in loop, la voce riconoscibile della cantante nella celeberrima Habanera della Carmen (all’opera di Bizet rimanda il semplice bolerino dei costumi), e più avanti l’Aria delle carte, momento in cui le carte da gioco predicono alla gitana l’avvicinarsi della morte. Ed è questa visione a permeare la coreografia di Massari, con Callas che, nel suo perire fisicamente, vive sapendo della fine che l’attende. Gli applausi che udiamo all’inizio l’accompagneranno a ritroso ripercorrendo il filo della sua esistenza, fino a lasciarci il ricordo della sua voce sublime, dell’artista immortale. «Non c’è movimento se non c’è pensiero e non c’è pensiero se non c’è senso» è l’assunto che anima sempre il lavoro di Massari. In linea con una propria modalità che attraversa e unisce i diversi linguaggi dell’arte performativa (teatro, danza, musica), il coreografo bolognese mette in scena la protagonista accompagnata dalle “anime nere”, sorta di spiritelli colorati (i colori della voce) che la seguono e la sostengono in un suo ultimo aff lato di vita. Tutto concorre, nelle tre creazioni, alla comprensione dell’accadimento scenico da parte dello spettatore, sollecitato così a trovare ciascuno la propria Callas, identificare il proprio mito.

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